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>> Filosofia del trasporto pubblico: Prendi l’autobus ma col passeggino… fra i denti !
 

 

Ffffa caldo..!!!! Ma le due mamme che salgono sull’autobus al capolinea non hanno il problema di …un Antonio, qualsiasi. Devono solo caricare in vettura due pargoli con rispettivi passeggini.

Nel 2003 uno non si aspetta che accorrano cavalieri a distender mantelli sulle scale, ma solo un pò di comprensione e di..solidarietà!

I due figuri che sostano sulla piattaforma anteriore dell’autobus, accomunati da una medesima camicia celeste e in allegri conversari con l’autista, sembrano  più il gatto e la volpe che due ragazzi di parrocchia o meglio due controllori, come poi avranno modo amabilmente di qualificarsi!. Una delle due signore con il passeggino semi incastrato nel corridoio è in visibile difficoltà. Non può andare avanti né indietro, non può scendere mollando il pupo al suo destino in un cestino di vimini nel fiume, sperando che magari diventi Mosè o re di Roma.

E’ a quel punto che lo sguardo un po’ carogna della prima camicia blu s’incrocia con quello immediatamente cupo della signora madre e della di lei compagna alleata.

“Lo sa che non si può salire con il passeggino e il bambino sull’autobus ?” ghigna camicia blu primo avvicinandosi lentamente alla madre che con la pupille socchiuse gia misurava la distanza per il balzo utile allo “scucchiaiamento” degli occhi dell’imprudente gattaccio mentre camicia blu secondo seguiva a prudente distanza cantilenando il suo “…non si può…non si può! E’ il regolamento…è il regolamento! ”.

“Il passeggino deve essere tenuto chiuso e il bambino in braccio. E’ il regolamento!” 

“Quale e dove è affisso ? Non c’è né qui sopra, ne alla fermata, ne alla tabaccheria dove ho comprato il biglietto” risponde la madre pronta a riscrivere in chiave locale il proclama di Diaz

“E’ un regolamento della regione” balbetta camicia azzurra numero due

“Ma che strano” ribatte, ferma sulle gambe, in posizione da eroina di Matrix, “ a Milano, si va ovunque con bambino e passeggino e tutti ci aiutano”

“Ma che vo’ signora, in Lombardia sono fregni e qui siamo stronzi !”

“E bravi! Ecco perché” ribatte la signora in perfetto vernacolo pescarese ”qui veniamo sempre ultimi,  come i sotto coda del cane!”.

Fine del duello, le camicie azzurre battono in ritirata senza insistere di più.

Il cercopiteco in camicia azzurra si accontenta di aver fatto la mossa e scende poco dignitosamente, “petto in dentro pancia in fuori” i gradini dell’autobus, senza pretendere di affibbiare multe o richiami solenni.  Forse anche… per evitare conseguenze forti. In fondo rimettersi quattro denti davanti, costa più dello stipendio di un mese e anche le camicie azzurre “tengono famiglia” .

Morale. Non ci pare che una azienda che sta facendo molti sforzi in tecnologia e miglioramento della qualità del servizio, debba ritrovarsi con personale di controllo che pensa di essere dei robocop dove l’acciaio invece che nelle braccia ce l’hanno nella testa. Che non sono identificabili da appositi cartellini di riconoscimento. Che parlano di regole inesistenti. Che non aiutano due donne con i bambini a viaggiare serene invogliandole ad utilizzare il mezzo pubblico. Che non hanno il senso della misura e del ridicolo.

Ma forse, non basta. Oltre a questo, bisogna ricordare all’azienda di commissionare autobus progettati non solo per la carrozzella dei portatori di handicap, ma anche per persone che normalissime, possono trovarsi in difficoltà momentanea perché hanno bambini piccoli e non si possono permettere, ne la seconda macchina, ne il taxi.

Non è semplice pensare al trasporto pubblico in termini di accesso garantito per tutti, perché i mille bisogni, momentanei o definitivi degli utenti non sono spesso tutti prevedibili e forse accontentabili per intero. Diamo atto che lo sforzo messo in atto da parte delle aziende in questi ultimi anni è stato  in questo senso, forte e costante anche se ancora non sufficiente. Ma, almeno, quando tutto non è stato previsto, la consapevolezza del tanto che ancora c’è da fare non potrebbe spingere l’azienda a formare il proprio personale con il senso del rispetto per i disagi altrui, con l’obbiettivo comunque di spingerli sempre a preferire il trasporto pubblico? Non potrebbe essere acquisita e socializzata la consapevolezza che le carenze tecnologiche magari difficili da superare potrebbero essere compensate comunque da un personale disponibile ad atti di gentilezza e ad un sorriso utile alla reciproca comprensione? Con buona pace di qualche buzzurro che avrebbe tanto da fare se reimpiegato in opere di pubblica utilità come mandriano nei parchi abruzzesi !

Franco Venni

 
 

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